zenmarkus 的个人资料zenmarkus日志列表留言簿更多 工具 帮助

日志


9月30日

My Humps - Alanis Morissette prende in giro i Black Eyed Peas

Questo video è davvero spassosissimo! La riconoscete questa canzone? E' My Humps dei Black Eyed Peas. Alanis Morissette si è divertita a fare una cover in cui ha stravolto gli arrangiamenti ed ha girato appunto un video che lascia intuire una certa polemica all'estrema voglia di apparire dei cantanti e delle cantanti oggi, all'utilizzo dei soliti stereotipi nei nuovi videoclip. Pare che in America stia spopolando, non come prodotto discografico ma proprio come parodia sulla quale farsi quattro risate. Chissà cosa pensa Fergie se vede sta presa in giro? O l'ha già vista???

 

9月29日

Sostieni la campagna Free Burma

monksbirmania.jpg

Ho deciso di aggiungere un elemento rosso al mio blog e sostenere la campagna Free Burma in solidarietà ai monaci nel Myanmar, ex Birmania, nazione che purtroppo soltanto in questi giorni sta tornando all'attenzione della croncaca.

Siti web e blog hanno deciso di schierarsi idealmente al fianco dei monaci buddisti della Birmania tingendo di rosso birmano lo sfondo delle loro pagine. La marcia non violenta dei bonzi si è trasformata in un corteo blindato. Negli ultimi giorni la situazione si è aggravata e la polizia ha sparato sulla folla causando già 9 morti, fra cui un fotografo giapponese e un giornalista tedesco. (foto Repubblica.it) Il regime ha inoltre oscurato interamente internet all'interno del Paese per evitare la fuoriuscita di informazioni all'estero e la fruizione di risorse giornalistiche all'interno. 

Si tratta di un gesto simbolico per manifestare solidarietà nei confronti di una popolazione vessata da una dittatura fortemente repressiva in cui interessi economici e politici hanno il sopravvento sui diritti umani. Invito la Rete e i blog ad unirsi per fermare azioni estreme e violente nei confronti della popolazione civile e dei reporter, che hanno il diritto di fare informazione senza mettere in gioco la propria vita.

IMPORTANTE: se volete inserire la fascetta "Free Burma" che vedete in alto a sinistra, lanciata da Blogosfere, sul vostro blog utilizzate questo codice: <div style="float: left; position: absolute; left: 0px; top: 0px; z-index: 1">
<a href="http://blogosfere.it/2007/09/blogosfere-lancia-la-campagna-free-burma.html" target="_blank">
<img src="http://shared.blogosfere.it/campagne/free_burma/striscione_fb_small.gif" border="0"></a> </div>

9月28日

Tonalità n. 1 (Blu)

Come l'acqua del mare
quando è notte
e non riesci a distinguere
stelle e schiuma,
come ombre affilate
dipinte dal più
malinconico Picasso
sono gli occhi
di chi è triste
alla fine di una lunga giornata
e
fluttua
nel blu profondo
di un ripiegarsi
su se stesso.

9月27日

Da Onda Perfetta - Sergio Bambarén

Il fatto che una cosa non sia concreta non significa che non sia reale.
Su questa spiaggia, durante il giorno puoi sentire il sole scaldarti la pelle.
Non vedi i raggi che ti toccano, ma il calore che avverti
dimostrano che esistono veramente.

Qualcuno molto tempo fa disse che la ragione per cui gli esseri umani sono superiori a tutte le altre creature e' che sono in grado di prendere decisioni per mezzo del ragionamento, mentre gli animali si basano solamente sull'istinto. Io credo invece che per essere veramente superiori dovremmo trovare il giusto equilibrio fra istinto e ragione.

Technorati Tag: , , , , , ,
9月26日

Il giardino Zen

Il giardino Zen (in stile Karesansui) e' composto da 2 elementi:

grani di sabbia bianca rastrellata che rappresentano l'oceano

pietre e rocce che rappresentano
le montagne e gli animali marini sacri

Il giardino zen crea un senso di tranquillita', immobilita' e calma;
la mente può espandersi e liberare l' immaginazione

Le origini

Il giardino "Karesansui", detto anche giardino giapponese in stile "paesaggio secco" esiste da molti secoli.
E' nel sesto secolo d.c., con l' avvento del Buddhismo Zen che il " giardino" ha cominciato ad evolversi. Innanzitutto sono stati creati paesaggi con dimensioni maggiori per permetterne l'accesso all'interno ,
cosi' da passeggiare e meditare senza rimanere all'esterno, sui bordi come nei primi Karesansui.

I sacerdoti Zen hanno adottato poi il " Karesansui " assegnando alla sua costruzione uno scopo differente:
aiutare alla comprensione più profonda dello zen e dei suoi concetti.
La meditazione zen non avviene piu ' solo con l' osservazione del giardino ma anche e soprattutto
con la sua creazione stessa.
I principi base che oggi ci vengono tramandati risalgono al tardo 1200 e sono quelli che hanno creato i
" kansho-niwa " o giardini della contemplazione dei piu' recenti sacerdoti Zen.

La costruzione

Quando costruite il vostro giardino zen , aggiungete un elemento o modificate l'orientamento della sabbia in grani
e' un'importante occasione per rilassarvi e meditare pensando alla tranquillita' e alla vastita' dell'oceano.
Il vostro giardino zen puo' essere creato ovunque, in piccoli spazi o in piu' ampie aree che aiutano a drenare il vostro giardino di casa tradizionale. I due elementi principali sono rocce per formare isole montuose e sabbia speciale per creare le onde e le correnti del mare.

La sabbia utilizzata non e' quella delle spiagge bensi' granito o marmo schiacciato e di tonalità uniformi: bianco, bianco sporco, beige ,di circa 2 millimetri di diametro. Non utilizzate grani multicolori . Il granito bianco e uniforme crea la giusta atmosfera e illumina con il proprio riflesso anche le aree vicine del giardino di casa tradizionale.
Scegliete molto accuratamente le rocce da posizionare nel giardino zen. Le isole sono il fulcro della meditazione e cio' che rappresentano riveste una particolare importanza per lo zen.

Tratto da zenhome.it

Technorati Tag: , , , , , , ,

Bleed it out - Linkin Park

 
Videoclip: Linkin Park - Bleed It Out

Yeah here we go for the hundredth time
Hand grenade pins in every line
Throw 'em up and let something shine
Going out of my fucking mind
Filthy mouth, no excuse
Find a new place to hang this noose
String me up from atop these roofs
Knot it tight so i won't get loose
Truth is you can stop and stare
Bled myself out and no one cares
Dug the trench out laid down there
With a shovel up out of reach somewhere
Yeah, someone pour it in
Make it a dirt dance floor again
Say your prayers and stomp it out
When they bring that chorus in

I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
Just to throw it away
Just to throw it away
I bleed it out

Go stop the show
Choppy words and a sloppy flow
Shotgun opera lock and load
Cock it back and then watch it go
Mama help me I've been cursed
Death is rolling in every verse
Candy paint on his brand new hearse
Can't contain him he knows he works
Fuck this hurts I won't lie
Doesn't matter how hard I try
Half the words don't mean a thing
And I know that I wont be satisfied
So why try ignoring him

Make it a dirt dance floor again
Say your prayers and stomp it out
When they bring that chorus in

I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
Just to throw it away
Just to throw it away

I bleed it out
I've opened up these scars
I'll make you face this
I pull myself apart
I'll make you, face, this, now!!!!

I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
Just to throw it away
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
I bleed it out digging deeper
Just to throw it away
Just to throw it away
Just to throw it away
I bleed it out
I bleed it out
I bleed it out

Technorati Tag: , , , , , , , , ,
9月24日

Tratto da Opium - Maxence Fermine

Si svegliò all'improvviso Charles Stowe. Non riconobbe subito il luogo in cui era. I sogni lo avevano condotto lontano.
Lentamente la giunca risaliva la corrente del fiume Verde, verso le sue sorgenti. Il fiume prima maestoso si restringeva piano piano fino a diventare un ruscello, fino a non essere altro che uno zampillo d’acqua che sgorgava dalla rupe sacra. Intorno, una fertile vallata circondata da alte montagne ricoperte di tè. E il silenzio. Solo il sospiro del vento.
La realtà riprese il sopravvento. Nella mano teneva stretta la piantina. Un arbusto di tè bianco acquistato più a valle da un vecchio monaco. Nella sua mente tornò ad affacciarsi lo spettacolo del tappeto di fiori bianchi. Fiori che sembravano attenderlo da un’eternità. Un senso di pace, di tranquillità, di potenza riempì i suoi pensieri ancora annebbiati. Quella piantina era il suo tesoro più prezioso.
Altri ricordi affollarono i suoi occhi, il suo olfatto, i suoi sensi. Gli immensi oceani di foglie di Camellia Sinensis, quel mare verde del quale si mieteva soltanto la schiuma, quel profumo…
Aveva affrontato quel viaggio per scoprire i segreti della lavorazione del tè. I primi due gli erano stati svelati, ora si avvicinava all'ultimo, al più impenetrabile, a Lu Chen.
Ma non era solo quello che lo stava spingendo su quella giunca. Rivide in un attimo l'immagine della donna, la sua danza solenne, il suo sorriso.
Nella stiva nascosto un carico d'oppio. La sua chiave d'accesso a Lu Chen. A Opium, il suo sogno più prezioso.
Sette giorni e sette notti più tardi con una giunca rubata si lasciava portare dalla corrente. In solitudine. Sdraiato sul fondo della barca contemplava le stelle che il pallido alone della luna illuminava nel cielo. Solo, triste. Senza più Loan distesa al suo fianco.
Aveva trascorso una settimana intera con Loan. Con Opium. Aveva conosciuto l'amore e l'oppio. Due sensazioni dalle quali era difficile fuggire, dalle quali sarebbe stato ora impossibile potersi liberare. Per tutto quel tempo aveva fumato oppio e fatto l'amore con Loan. Due cose che gli procuravano una sensazione di assoluta libertà e di inquietante sensualità. Era come viaggiare in sogno in un paradiso proibito, lottando con i propri fantasmi più inconfessabili. Uno stato di benessere che non aveva mai conosciuto nella propria vita. Una sensazione leggera, e dolce, come sentirsi addosso il fremito di una farfalla.
Era dovuto scappare però, di fronte alle minacce di Lu Chen. Con la promessa sulle labbra di voler tornare presto per poter riprendere quello che ormai riteneva suo. Per potersi riprendere Opium. "Tu sei folle, ma io non posso nulla contro la follia".
In quel momento ancora non sapeva che il suo rivale Lu Chen in realtà era il suo sogno, Opium. Lo avrebbe scoperto solo alla fine del suo viaggio a ritroso lungo il fiume Verde. Una ferita mortale che avrebbe reso vana, inutile, la sua promessa. L'aveva resa polvere di memoria.
Tornò in Inghilterra Charles Stowe per dedicarsi alla passione della sua vita. Al tè. Non odiò mai Loan. Solo nostalgia quando il passato invadeva il presente. Quando le fragranze, le carezze, il fumo, la pioggia riempivano all'improvviso i suoi ricordi, i suoi occhi, quando le sue dita ancora sfioravano la pelle di Loan… Non odiò mai quella donna. Lo scorrere tranquillo del tempo trasformò i suoi sentimenti ed imparò di nuovo ad amarla, in modo diverso, con una passione diversa, forse ancor più profonda. Era persuaso che quell'amore si sarebbe sviluppato ogni giorno di più fino al momento della morte. Il loro amore era stato così breve che la sua fiamma non si era consumata. Loan gli aveva dato la cosa più bella: la magia dei primi istanti. Non aveva alcun motivo di rimpianto.
Aveva conosciuto l'amore nella sua vita. La verde dolcezza del tè. La nera tenebra dell'oppio. E Opium.

Technorati Tag: , , , , , , , ,
9月17日

Da Ricordi di un vicolo cieco - Banana Yoshimoto

Socchiudo gli occhi e riconosco il mio mondo. Poi dedico una preghiera a tutte le persone che a un certo punto si sono allontanate da me. Le persone con cui avrei potuto avere un rapporto diverso, e con le quali, invece, per qualche ragione non è andata bene.  In questo mondo, a causa delle circostanze in cui li ho incontrati, tra me e loro le cose non hanno funzionato in nessun modo. Ma sento, ne sono certa, che da qualche parte, in un mondo profondo e lontano, su una bellissima riva, ci sorridiamo, ci offriamo gentilezza, e trascorriamo insieme momenti felici.
 
Tratto da Ricordi di un vicolo cieco - Banana Yoshimoto
 
9月14日

Straniero (I lampioni non sono per te)

Dorme la città,
stelle e lampioni
affiancati
a consolare il mondo
orfano del sole;
non è qui
il tuo posto:
circondato dal
blu profondo
ti strascichi
sulla terra straniera
da cui sei nato.
Technorati Tag: , , , , , , , , ,
9月13日

Che finaccia Britney Spears!!!

Ke finaccia! Ke finaccia!!!!! Ki l'avrebbe detto ke la Spears avrebbe fatto sta finaccia? Devo dire ke è probabilmente la fine ke si merita, visto ke nessuno di noi l'ha mai sopportata, ha sempre proposto musica demenziale e ha oltretutto dato forza a un genere direi pre-adolescenziale!!!
Però nn avrei mai pensato ke arrivasse a sto punto...dopo essersi rasata a zero, essere diventata amiketta di Paris Hilton, aver fallito nei centri di disintossicazione, essere rimasta incinta una terza volta senza sapere ki è il padre, aver probabilmente abortito visto ke di quella storia nn si è saputo più nulla, è arrivata la sua sensazionale performance ai Video Music Awards di MTV America...credo ke la Lecciso avrebbe fatto sicuramente qualcosa di meglio! Mi è sembrata più ke altro un incrocio tra un salame appena insaccato, la Lecciso appunto e la bertè in uno dei suoi stati di minore lucidità, tra l'altro rigorosamente in playback.
Quello ke io mi chiedo é:
- se ti sei rasata i capelli poki mesi fa, perchè ricomparire coi capelli lisci, lunghi e biondi? Nooooo, nn è una parrucca!
- se nn sei magrissima, oltretutto hai avuto due figli da poco, nn c'è niente di male, xò copriti, nn ti vestire da lap-dancer!
- se c'hai la preparazione atletica di maurizio costanzo e nn riesci a mantenere l'equilibrio per più di 7 secondi senza cadere da un alto, canta solamente (in playback) non cercare di ballare
 
Detto ciò, al di là di tutto la canzone nuova magari nn è neanke orrenda, è nello stile di Timbaland e del suo team e non credo ci sia molta farina del suo sacco...chissà che in futuro, nn essendo più la ragazzina perfetta che si spaccia per verginella, andando incontro a problemi e affrontandoli, nn diventi più interessante e magari nn le venga una minima vena artistica...per il momento xò resta meglio la Lecciso!!!
   
 
Technorati Tag: , , , , , , , , , , , ,
9月9日

Notte bianca 20.45 - 10.30

Mamma mia sono distrutto! Nelle ultime 36 ore ho dormito soltanto cinque misere orette....ho bisogno di una flebo!!
Però ne è valsa davvero la pena, siamo stati benissimo alla mitica notte bianca di |__ROMA__|, grazie amiciiiii!!!!!!!!!!! Praticamente è stato un tour de force dalle 20.45 di sabato alle 10.30 di domenica....più di mezza giornata!!!!!
Incontro alle 21 alla fermata del mitico 20, storico autobus ke mi ha portato sempre all'uni prima ke avessi la macchina, per prendere poi la metro. Prima tappa: la Casa del cinema, dove proiettano dei filmati estratti dal film dei Simpson!!! E poi distribuiscono gadget simpsoniani, roba ke nn avrei manco pagato mezzo euro, ma ke nel momento in cui è gratis è favolosa e bisogna accaparrarsi!!!!!!
Poi tutti al laghetto di Villa Borghese per il "suggestivo" spettacolo delle campanelline....bah...diciamo ke siamo rimasti tutti un po' perplessi. Sulla guida infatti si parlava di fantastiche campane di vetro sospese sull'acqua per creare una suggestiva cornice ed uno stupendo spettacolo...nella realtà c'era cinque campanacci rubati a Heidi, appesi tipo salami a una corda, che venivano suonati da un tipo...din...don...dan...in teoria lo spettacolo durava fino alle cinque e mezza!!!! Ma ke si erano fumati quelli ke hanno messo su sta cosa???? Vabbè, dopo le indimenticabili campanelle, è la volta di Castel Sant'Angelo a cui arriviamo dopo aver ripreso la metro ed essere passati davanti a Piazza S. Pietro (chiusa come se fosse un cinema fuori dall'orario di servizio) e al (stavolta realmente) suggestivo Viale della Conciliazione. Le sale di Castel Sant'Angelo sono chiuse, ma comunque la vista che si vede dall'alto è uno sballo ed abbiamo anke beccato in pieno un tipo ke ci provava con una mezza svampita facendo finta di conoscere roma e dicendole cavolate a gogò!!
Poi è la volta di Piazza Navona, abbastanza affollata anke se nn c'era nessuna particolare attrazione e del mitico gelato enorme da 2 euro da Quinto, che Milo nn ha gradito e ha maleducamente gettato a terra per metà visto ke nn gli andava ;-)
I Fori Imperiali ci riservano un altro grottesco spettacolo dopo il "successo" delle campanelle: quattro idioti vestiti di bianco e mascherati che camminano storti e battevano coperchi di pentola, saguiti da folli che imitano la loro camminata...secondo la guida si trattava di uno spettacolo di percussioni!!!
Di nuovo la metro, per tornare a Villa Borghese e appostarci a Piazza di Siena per il concerto degli Zero Assoluto, a chiusura della Notte Bianca (ma nn per noi!!!).
Se c'è qualcosa ke mi ricorderò di questo concerto, è <<Buongiorno!>>, la parola ke il cantante-rappista ripeteva in continuazione.....devo dire ke pensavo peggio, invece le canzoni sono state piacevoli, anke se un po' simili tra loro, però nn erano malaccio, nn estremamente coinvolgenti cmq dal vivo cantano più ke dignitosamente!!
Ce ne andiamo poco prima della fine, quando una corista si spaccia per Nelly Furtado e deturpa All good things (come to an end) e ci dirigiamo verso il Bioparco, entrando alle 7 30 di mattina dopo un po' di attesa! Non c'ero mai stato, o almeno nn mi ricordo, forse c'ero andato da piccolissimo e mi è piaciuto molto.
Peccato solo che un po' di animali erano ancora addormentati o addirittura rintanati e nascosti, però ci sono stati episodi spassosissimi....che dire del dramma di Milo? Dopo essersi lasciato andare al nervosismo ed aver gettato a terra il suo gelato xkè nn lo voleva, Sara ha preferito a lui un esemplare di scimpanzè con cui è scoccato subito il colpo di fulmine....Sara convolerà a giuste nozze al più presto con la sua nuova fiamma, che quando ce ne siamo andati cercava in tutti i modi di non lasciarsi sfuggire la sua sposa....Milo vedrai ke però riuscirai a riconquistare Sara!!
E che dire dell'antilope maschio che provava a farsi l'antilope femmina ke però non voleva, perchè innamorata della zebra???? Roba da matti, Beautiful è niente a confronto!!!!!
La nostra marcia si conclude alle 10 passate, ormai eravamo praticamente morti, ma davvero ci siamo stradivertiti!!! Ringrazio tutti quanti per l'ottima compagnia: Fede, Carmine, Andrea, Monica, Lucy, Milo, Sara, Francesca, Spugna, Andrea, Fede, Valerio, Noemi (rigorosamente in ordine a caso, senza nessun motivo alla base!) e Ivan, Angelo e Mario, i ragazzi torinesi con l'accento secondo me calabrese ke erano simpaticissimi.
E domani, ci si sveglia per pranzo!!!!!
 
 
9月5日

Gift - Elisa

Ma quant'è bella sta canzone????? Ricordo che da piccolo, quando ho visto per la prima volta il video, ne sono rimasto folgorato....eh già lo so ora direte che ero flashato anche 14 anni!!!
 
 

Gift

In the other room
I'm the other girl
I'm another one
Of your children
It's this other face
This other name
I'm the other girl

Want to be in the other room
When you're calling me
When you're calling me

Your gift
Receving through this body of mine
Is alive so alive
Your gift
Receiving through this body of mine
Is alive so alive

I am bleeding joy
Still peaceful
I am waiting for patience
I live something beautiful
Just thinking not too fast
I'm still here

Want to be in the other room
When you're calling me
When you're calling me

Your gift
Receving through this body of mine
Is alive so alive
Your gift
Receiving through this body of mine
Is alive so alive

My secrets are now things I can touch
This is complicity
I'm going to embrace
This man with no face…just fly…

Your gift
Receving through this body of mine
Is alive so alive
Your gift
Receiving through this body of mine
Is alive so alive

Your gift… is givin'… as receiving, as receiving…

 
Dono
 
Nell'altra stanza
Sono l'altra ragazza
Sono un'altra delle tue creature
E' questa altra faccia
Questo altro nome
Sono l'altra ragazza

Voglio essere nell'altra stanza
Quando mi chiamerai
Quando mi chiamerai

Il tuo dono
Ricevuto attraverso questo mio corpo,
E' vivo, così vivo
Il tuo dono
Ricevuto attraverso questo mio corpo,
E' vivo, così vivo

Sto sanguinando gioia
Ancora ancora piena di pace
Sto aspettando la pazienza
Vivo qualcosa di bello
Semplicemente pensando non troppo in fretta
Sono ancora qui

Voglio essere nell'altra stanza
Quando mi chiami
Quando mi chiami

Il tuo dono
Ricevuto attraverso questo mio corpo
E' vivo, così vivo
Il tuo dono
Ricevuto attraverso questo mio corpo
E' vivo, così vivo

I miei segreti adesso sono cose che posso toccare
Questa è complicità
Abbraccerò quest'uomo senza volto
Semplicemente volo

Il tuo dono
Ricevuto attraverso questo mio corpo
E' vivo, così vivo
Il tuo dono
Ricevuto attraverso questo mio corpo
E' vivo, così vivo

Il tuo dono dà.. allo stesso modo in cui riceve..

Technorati Tag: , , , , , , , , , , ,
9月4日

Da "Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto" - P. Coelho

I suoi occhi si sono illuminati di un bagliore diverso. Sapevo che stava superando quegli ostacoli.
Ho liberato una mano, ho preso un bicchiere e l’ho spostato sul bordo del tavolo.
“Cadrà” ha detto lui.
“Esatto. Voglio che tu lo faccia cadere.”
“Rompere un bicchiere?”
Sì, rompere un bicchiere. Un gesto in apparenza semplice, ma che implica terrori che non giungeremo mai a comprendere appieno. Che cosa c’è di sbagliato nel rompere un bicchiere di poco valore, quando tutti noi, senza volerlo, abbiamo già fatto la stessa cosa nella vita?
“Rompere un bicchiere? ” ha ripetuto. “Per quale motivo?”
“Posso spiegartelo,” ho risposto “ma, in verità, è solo così, per romperlo.”
“Per te?”
“No, è chiaro”.
Lui guardava il bicchiere sul bordo del tavolo, preoccupato che cadesse.

“È un rito di passaggio, come dici tu stesso” avrei voluto spiegargli. “È la cosa proibita. Non si rompono i bicchieri di proposito. In un ristorante, o nelle nostre case, ci preoccupiamo che i bicchieri non finiscano sul bordo del tavolo. Il nostro universo esige attenzione, affinché i bicchieri non cadano per terrà.”
“Eppure,” pensavo ancora, “quando li rompiamo senza volerlo, ci accorgiamo che non è poi tanto grave. Il cameriere ci dice: “Non ha importanza”, ed io non ho mai visto includere un bicchiere rotto nel conto di un ristorante. Rompere bicchieri fa parte del caso della vita e non provoca alcun danno reale: né a noi né al ristorante né al prossimo”.
Ho dato uno scossone al tavolo. Il bicchiere ha ondeggiato, ma non è caduto.
“Attenta!” ha detto lui, d’istinto.
“Rompi quel bicchiere” ho insistito io.
“Rompi quel bicchiere,” pensavo, “perché è un gesto simbolico. Cerca di capire che io, dentro di me, ho rotto cose ben più importanti di un bicchiere e ne sono felice. Pensa alla lotta che divampa dentro di te e rompi questo bicchiere. Perché i nostri genitori ci hanno insegnato a fare attenzione con i bicchieri e coi i corpi. Rompi questo bicchiere, per favore, e liberaci da questi maledetti preconcetti, dalla mania che sia necessario spiegare tutto e fare solo quello che gli altri approvano.”
“Rompi questo bicchiere” gli ho ripetuto.
Mi ha fissato negli occhi. Poi, lentamente, ha fatto scivolare la mano sul piano del tavolo, fino a toccare il bicchiere.
Con un movimento rapido, lo ha spinto giù.

Il rumore del vetro infranto ha richiamato l’attenzione di tutti. Invece di mascherare il gesto chiedendo scusa, lui mi ha guardato sorridendo e io ho ricambiato il gesto.
“Non ha importanza” ha esclamato il ragazzo che serviva ai tavoli.
Ma lui non lo ascoltava. Si è alzato e, mettendomi le mani tra i capelli, mi ha baciato.
[…]
Nella durata di quel bacio scorrevano anni di ricerche, di delusioni, di sogni impossibili…
L’ho baciato con forza. Le poche persone presenti nel locale stavano a guardare, pensando di vedere semplicemente un bacio.
Ma non sapevano che quel lungo minuto era il compendio della mia e della sua vita, della vita di chiunque aspetti, sogni e cerchi il proprio cammino sotto il sole.
In quel minuto, c’erano tutti i momenti di gioia che ho vissuto…

Tratto da Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto - P. Coelho


 

9月3日

Isobel - Bjork

 
 
In a forest pitch-dark
Glowed the tiniest spark
It burst into a flame
Like me, like me

My name Isobel
Married to myself
My love Isobel
Living by herself

In a heart full of dust
Lives a creature called lust
It surprises and scares
Like me,like me

My name Isobel
Married to myself
My love Isobel
Living by herself

Crawling in silence
A simple excuse
Nana na nana, nana na nana
Nana na nana, nana na nana

In a tower of steel
Nature forges a deal
To raise wonderful hell
Like me, like me

My name Isobel
Married to myself
My love Isobel
Living by herself

Crawling in silence
A simple excuse
Nana na nana, nana na nana 
9月2日

Indaco è il colore delle dune

La mia storia ebbe inizio molto tempo fa e fluttua tutt’ora incerta fra le pieghe di un tempo dispettoso, proprio come le dune del deserto permangono da millenni plasmate dal vento caldo. Le mie dune. Il mio deserto.
Il nome di un uomo lo segna per sempre, lo tempra, lo dipinge sull’arazzo della vita e lo accompagna in ogni suo istante, come se fosse un’appendice del suo stesso corpo, serbando sempre al suo interno l’antico significato da cui e’ scaturito. Di fatto un nome incide irrimediabilmente sulla identità di chi lo porta.
Chissà quale sia allora la mia vera identità, la mia vera persona, o forse quali siano le mie vere persone, quelle che rappresento e di cui sono riflesso i miei pensieri e le mie azioni. La gente ha, infatti, con l’alternarsi dei giorni, finito con l’attribuirmi una moltitudine di nomi, come si fa con le cose che più si temono e osservano da lontano non senza un sottile velo di curiosità, additandomi in più maniere alla stregua del demonio.
E in effetti uno dei miei nomi è proprio Dew , demonio. Non so chi sia stato il primo a riferirsi a me con questa parola, fatto sta che adesso è un vestito del quale sono stato avvolto e che è entrato a far parte della mia identità. Forse faccio paura. Forse mi temono. O forse quel primo severo giudice del mio personaggio era semplicemente rimasto suggestionato dal mio rapporto con la notte. Qui nel deserto la notte non è un momento della giornata. E` un mondo. E se la si sa esplorare correttamente, può offrirti su un piatto d’argento tutti i tesori che cela dall’eternità.
Non sarò mai abbastanza grato al deserto. E alla sua notte. Oggi conosco a memoria anche i tratti in cui gli altri non riescono a orientarsi, che gli altri non osano accedere, per paura di perdersi o di morire assetati, schiacciati dall’arsura e dalla desolazione. Gli altri non hanno mai avuto il coraggio di abbandonare tutto ed entrare nel deserto, diventare tutt’uno con la sabbia, diventare semplicemente un altro dei tanti granelli ornamento delle dune, strada per gli scorpioni, oro lucente per l’orizzonte. Non hanno mai avuto il coraggio di rinunciare a chi fossero, di farsi intagliare dalla notte nel deserto, di ricevere e portare come fardelli i nomi che gli sarebbero stati attribuiti. Io sì. E ringrazio con tutto me stesso Allah di avermi dato la forza, di avermi infuso il coraggio di addentrarmi così tanto in ciò che mi faceva paura. Io non ho chiamato il deserto Dew, come gli altri hanno fatto con me, solo perché lo temevo. Io ho imparato a conoscerlo.
La notte si dice parli con gli spiriti del deserto e che le nostre conversazioni si palesino agli altri come un suono a tratti melodioso e felice, a tratti malinconico e struggente che solca le dune e giunge a lambire le oasi, i villaggi, a incantare i bambini. In parte è vero, ma in realtà non è altro che il suono del mio flauto. Lo suono ogni notte, da quando il deserto è diventato la mia casa. Al flauto non rinunciai, fu una delle poche cose a cui non rinunciai. Preferii il flauto al mio lavoro. Preferii il flauto alla ricchezza. Preferii il flauto a quella che gli altri chiamano normalità e che io chiamo ipocrisia. Dopo che il sole che è tramontato, il deserto cambia radicalmente e io mi sento il re delle dune indaco nelle quali sono immerso. Una distesa interminabile che combatte e si ama col cielo. Le stelle mi sono spettatrici mentre suono il mio inseparabile flauto, loro mi ascoltano pazienti senza temere la presenza di spiriti. Loro ascoltano davvero ogni sfumatura della melodia e quindi ogni sfumatura della mia anima. Quei puntini dorati nell’indaco intenso finiscono per circondarmi il capo quasi una corona. Perché il deserto, dapprima pericoloso e ostile, finisce col diventare docilmente il regno di chiunque osi solcarlo.
Forse è per questo che un altro dei miei nomi è Amir. Principe. Le donne dei villaggi vicini credono che le poche, rarissime volte che qualche rivolo di pioggia osi sfidare il deserto il suo solitario principe stia piangendo. Che io, Amir, stia versando lacrime. Come Dew, anche quest’altra parola ha finito inevitabilmente col plasmarmi l’ego. Ma il mio tesoro è ben più prezioso degli ori di un qualunque emiro. E’ ben più duraturo se non addirittura eterno. Io posso parlare col deserto e ascoltare quello che ha da dirmi. Sono sabbia che si muove scossa dal vento e sono libero di spostarmi da una parte all’altra, senza un’origine a cui essere ancorato, travolto da una forza che mi trasforma in continuazione. Non oppongo alcuna resistenza a tale energia, come non lo fa qualunque altro granello di sabbia qui. Io respiro il tempo e sono fatto di solitudine, di pianure sconfinate e dell’indaco che la notte dipinge  sulle dune.
Ricordo la mia vita prima del deserto, ricordo la mia infanzia, ricordo il fantastico matrimonio con Aisha, il giorno in cui mio padre andò dai suoi familiari affinché io potessi chiedere la mano di quella che sarebbe diventata mia inseparabile sposa. E’ proprio vero che il nome entra a far parte del destino di una persona. La mia donna portava lo stesso nome dell’incantevole sposa del Profeta. E meritava di essere chiamata in maniera così nobile perché nulla le mancava per poter essere ricordata in eterno ed ammirata senza alcun limite. La sua bellezza riempie tutt’ora il mio cuore di gioia. E con immensa nostalgia ripenso al giorno in cui nacque nostro figlio. Un bambino senza nome. Alle mie orecchie almeno. Era fantastico, portava adagiato sulle guance lo stesso sorriso della sua nobile madre. Inshallah, ora il mio figlio senza nome è un uomo e probabilmente ha avuto già il piacere della paternità. Probabilmente più di me, che ho generato insieme a Aisha un bimbo senza nome. Mi rassicura e amareggia al tempo stesso pensare che in realtà quel bimbo, ora uomo, un nome lo abbia e che sia io a non avere il piacere di udirlo. Perché quello stesso giorno che mio figlio nacque, io fui agguantato da un predone, rapito proprio nel momento del parto. Una razzia al nostro villaggio. Fui servo di quel predone per trentasette giorni. Tutto sommato non posso dire di aver provato cosa sia la schiavitù, perché un mese non è niente comparato a una vita intera, specie quella di uno schiavo. Nonostante i suoi modi per nulla accomodanti, quello stesso predone mi aveva detto che lui e i suoi compagni avevano deciso di risparmiare tutti i bambini e tutte le donne. E di rispettarli. Piansi di gioia in quel momento, non mi importava di essere uno schiavo, mi importava solo che Aisha e il bimbo senza nome stessero bene. Con mia moglie si era pensato di decidere come si sarebbe chiamato soltanto dopo averne scrutato e ammirato il volto. Perché il nome è qualcosa di importante e non  può essere assegnato a tavolino, a cuor leggero, prima della stessa nascita. Ora non so quale parola Aisha abbia scelto per dipingere gli occhi del bambino. So solo che quel suono è dolce come il miele.
Al trentasettesimo giorno dal mio rapimento, calata la notte, fuggii. Non potrò mai sapere se fui davvero abile, o se il mio rapitore, anch’egli rimasto senza nome, non mi avesse consentito di fuggire. Non senza difficoltà, riuscii a tornare al nostro villaggio. Anche se nostro non era più il termine adatto. Non era più mio, né loro, era incredibile, gli abitanti erano cambiati, pochi volti amici erano rimasti e mi avevano detto che il grosso della popolazione aveva deciso di migrare, in cerca di un posto migliore. Inshallah, Aisha e il bimbo senza nome hanno trovato dimora lì. Le donne dei villaggi ai bordi del deserto hanno forse conosciuto la mia storia, forse l’hanno solo intuita, fatto sta che, ad ogni eccezionale e rarissima pioggia, sorridono malinconiche e dicono che il principe solitario piange pensando alla sua sposa e al suo bambino.
Il deserto è un’immensa risorsa e sento questa risorsa tra le mie mani. Ma va rispettato. Forse è per questo che uno dei miei nomi è Roham. Guardiano. Rispetto ad Amir e Dew, questa parola è certamente più malinconica. Il guardiano è solo, sempre in guardia, sempre tormentato dall’esterno e dall’interno, guardingo verso gli altri e verso se stesso.
Gli anziani dei villaggi vicini dicono che sia una follia addentrarsi nel deserto senza il permesso del loro guardiano. Personalmente non ho mai ricevuto in udienza qualcuno intenzionato a conoscere il deserto né tantomeno ho elargito permessi. Non è in mio potere. Ma gli altri non sempre possono capire e si sforzano di dare spiegazioni. E quando così una famiglia intera piange il mancato ritorno di qualcuno avventuratosi tra le dune, c’è sempre un venerabile anziano che ammonisce che nessuno fosse venuto a chiedere il mio permesso e la mia protezione. Protezione dalla notte del deserto che soltanto io potevo fornire, poiché in grado di parlare con gli spiriti e dar vita alla nenia che echeggia quando flauto alla mano galleggio in un bagno di sensazioni senza tempo.
Tutt’uno col deserto, riesco a trovare un senso al mio respirare, al mio camminare, al mio cibarmi e dissetarmi, al susseguirsi di giorni nel mosaico che è la mia vita.
Quando giunto al mio vecchio villaggio mi resi conto di non essere più nessuno, cominciai a cercare disperato la mia amata e il bimbo senza nome. Non li trovai mai. Troppi sono i villaggi. E troppo grande è il mondo. Scegliendo una direzione, se ne abbandona necessariamente un’altra. E così non posso dire di aver cercato ovunque potessi.
Fu mesto il giorno in cui mi resi conto che la mia impresa era disperata e che non aveva senso continuare a dimenarsi disorientati in cerca del nome di mio figlio. Così mi stabilii con dolore in un villaggio ai bordi del deserto. Ma non ero poi così stabile, come non lo ero d’altronde mai stato, avendo da sempre fatto il mercante. Continuai quella vita.
Amavo l’ambra, il suo colore così sensuale, il suo profumo, amavo le altre resine, amavo l’incenso che risvegliava sempre più la mia spiritualità, amavo sopra tutte le cose il profumo di gelsomino. Non ero di quei mercanti che partono dal misterioso Gange per arrivare all’Ovest del Mediterraneo. Le mie tratte non attraversavano mille terre e culture, non erano poi così lunghe. Mi ritenevo piuttosto una sorta di intermediario, di tramite. Tuttavia spesso era necessario attraversare il deserto. Ricordo che la prima volta tremavo di terrore. Quel posto così arido, così privo di vita e di speranza. Mi avevano detto che la notte era fredda e inospitale. Ma rimasi folgorato dallo spettacolo che mi si presentò dopo il tramonto del sole.
I viaggi nei quali attraversavo il deserto si fecero sempre più assidui. E io diventavo sempre più ricco. Ma cosa me ne facevo di quelle ricchezze? Cominciai a sentirmi vuoto e privo di interesse per la vita. Avevo bisogno di un’identità. Chi l’avrebbe detto che in seguito ne avrei ricevute così tante! Gli altri mi presero per un folle quando dissi che mi sarei ritirato nel deserto. Erano convinti che avessi preso un colpo di sole, che fossi posseduto da uno spirito, che nei miei viaggi mercantili avessi conosciuto droghe troppo pesanti. Nessuno si sforzò di comprendere. Ero solo, proprio come un uomo immerso nel deserto. Diedi tutti i miei averi, riuniti in un’enorme sacca, ad un bambino che mi aveva sorriso, quasi a intendere che ero coraggioso e che mi ammirava. Gli chiesi come si chiamava. Mi sentivo eccitato e colmo di una strana piacevole impazienza. Avrei dato quel nome a mio figlio, che non vedevo dalla nascita. Era muto.
Tra i tanti miei nomi ce n’è uno comunissimo, molto diffuso, che non cela allusioni e fantasie sulla mia solitudine nel deserto. E’ il nome che mi affidarono la mia veneranda madre e il mio venerando padre. Arash. Molti uomini, anche nei villaggi circostanti, si chiamano Arash. Ma questa parola non è priva di valore, di speciale nobiltà. Arash è un personaggio della Shahnameh, il libro dei Re. Ricorderò sempre mio padre che lo leggeva commovendosi arrivato ai passi più toccanti. Quando imparai a leggere, mi commossi su quelli stessi passi e capii che ognuno sarà sempre legato indissolubilmente alle sue radici. Il personaggio mitologico di cui portavo il nome era un abile arciere, il più abile che fosse mai esistito. Āraš-e Kamāngīr lo chiamano i persiani. In tempi antichi, alla fine di una dura guerra col Turan da cui usciva irrimediabilmente sconfitto, l’Iran subì un’ulteriore umiliazione. Il suo territorio sarebbe stato limitato al solo raggio del volo di una freccia. Quando la freccia fosse atterrata, il luogo in cui avesse colpito terra sarebbe servito a disegnare il nuovo confine. Arash ebbe il coraggio di offrirsi volontario assieme al suo arco. Si voltò a nord e tese il suo arco come mai era riuscito a fare. Come mai potesse sperare. Lasciò volare nel cielo la freccia e diventò una cosa sola con essa scomparendo. La freccia, diventata una sola cosa con Arash, volò per tutto il mattino decidendosi a baciare la terra solo nel pieno pomeriggio, nei pressi del fiume Oxus. Lontanissimo dal luogo di partenza. L’umiliazione dell’Iran si era rivelata il preludio di un trionfo, il territorio sarebbe stato vastissimo. Ancora oggi, alcuni viaggiatori, salvatisi per miracolo dopo essersi persi tra le montagne, sostengono di aver seguito la voce di Arash, il cui corpo non fu mai ritrovato, che li guidava verso la salvezza, che li conduceva di nuovo verso la via del ritorno, avendo pena di loro.
In fondo l’immagine che gli altri hanno di me non è così distante dal personaggio mitologico di cui conservo il nome. La mia freccia è il deserto e io sono diventato tutt’uno con esso. Volo insieme ad esso, sono parte delle sue dune, non sono estraneo al suo paesaggio ma ne faccio parte. Dicono che ne sia il guardiano, che serva il mio permesso e il mio aiuto per uscirne una volta entrati. Proprio come una voce che dia speranza tra le montagne più sperdute. Mi chiamano guardiano del deserto. E ironia della sorte, anche Roham è un personaggio dello Shahnameh, proprio come Arash.
Nella sacca che diedi al bambino senza nome, il secondo che segnava la mia vita, non c’era il mio flauto e non c’era il Corano. Lo Shahnameh non è l’unico libro al quale mi sono affezionato. Ricordo quando nel mio vecchio villaggio avevo avuto la gioia di avvicinarmi all’arte della calligrafia, istruito da un vecchio mendico. Fino a quel momento ero sempre stato concentrato sul significato di ciò che scrivevo, senza soffermarmi sull’atto stesso dello scrivere. Lasciare un segno, lettera dopo lettera. Come la nostra vita lo fa giorno dopo giorno. Tracciare segni e lasciare spazi bianchi. Come nel respirare attraversiamo ritmicamente delle pause. Abbandonare la propria mano alla cadenza e all’incedere dei periodi, dotandola di una autonoma vita propria fatta di potenzialità e di un vuoto profondamente fertile. Esattamente le stessa sensazioni che provo quando mi confondo col deserto.
Da quando ne sono un granello di sabbia come tutti gli altri granelli che lo costituiscono, ricopio il Corano, cogliendone l’occasione per rileggerlo. E’ incredibile come legga ogni volta parole che prima non avevo letto. Sulle quali non mi ero mai soffermato. Ogni volta che finisco una trascrizione, una fase della mia vita termina, proprio come se giungesse la notte di un giorno o l’inverno di un anno. Poi ricomincio dall’inizio ed è tutto diverso da com’era la volta precedente. Proprio come le dune del deserto sono completamente diverse da un giorno all’altro, modellate dal vento. Eppure sono sempre le stesse.
Non sono mai stato davvero un grande religioso. Non prego cinque volte al giorno, non ho con me un tappeto e il deserto ti confonde, ti avvolge e tiene sospeso attorno a sé: non sarebbe mai possibile individuare l’Ovest e orientarvisi. Inoltre il tempo non esiste più, è diventato solo il mio respiro e sebbene arrivi la notte, la durata di un giorno non è chiara. Non rispetto il Ramadan come si dovrebbe, il deserto impone già un duro digiuno da sostenere per continuare a vivere. Ma amo il Corano. E lo trascrivo da quando sono qui, quando ancora c’è luce, poco dopo la grande arsura del momento in cui il sole è al culmine della sua altezza. Non mi sento soltanto uno con la sabbia. Ma anche con la carta sulla quale scrivo. Con l’inchiostro che registra sacralità. La mia schiena rimane ritta e io sono felice, senza essere più io. Ma lo sono ancora. Come le dune sono sempre le stesse, anche quando sono diverse perché il vento le ha investite. I mendicanti dei villaggi vicini dicono che tempo addietro impugnai un arco e dopo averlo teso al massimo lasciai volare in alto una freccia di arenaria, imitando Arash. Il punto sulla quale cadde decise quale sarebbe stato il limite del deserto del quale mi ergevo a principe e guardiano. Era nato il mio regno.
Mi muovo sulla sabbia furtivo, pronto ad affrontare il pericolo che può giungere, non mi curo del giorno o della notte, devo essere velenoso se necessario, le mie spire devono essere ovunque tra le dune. E’ questo il motivo per cui uno dei miei nomi è Aži. Serpente. Un serpente di cui avere timore e rispetto, che si teme e si ammira da lontano. Un drago leggendario e solitario a causa del suo potere. Mi rendo conto di come in fondo i miei nomi e le mie identità siano tutti accomunati da un filo che li lega sottilmente. Che sia un demonio, un principe, un guardiano, un eroe o un serpente, sono solo. Vivo nella solitudine e ne ho fatto un regno. Faccio una severa paura. Gli altri temono di avvicinarsi a me, ma in qualche modo ne sono e ne saranno sempre affascinati. Ho potere. Sono potente della mia libertà. L’ho guadagnata rinunciando a qualcosa. Dew rinunciando alla luce e all’approvazione altrui. Amir rinunciando alla spensieratezza e agli amici. Roham al sonno, alla tranquillità e alla compagnia. Arash al suo corpo e alla sua mera individualità. Aži rinunciando a camminare, a essere visto e capito. Io, che ho ricevuto tutti questi nomi e ho finito col possedere tutte queste identità, ho rinunciato a tutte queste cose insieme, in una sola volta. Ma non al Corano, al procurarmi carta e inchiostro, al flauto, al vivere sveglio. Alla speranza.
Gli altri si chiedono come faccia a non morire disidratato. E’ la notte del deserto, sotto un manto di stelle, nella quale mi disseto. Quella prima volta che vissi la notte del deserto provai le stesse sensazioni che provo ancora adesso. Diventare duna. Diventare sabbia. Diventare un unico solo colore che avvolge tutto il cosmo. Non si può dire che sia nero. Non è abbastanza pieno, forte, non è abbastanza buio sotto la luna che mi ispira nuove melodie per il flauto, non è così scuro e carico. Ma non finisce comunque neppure con l’essere grigio. Non si può dire che sia blu. Il colore che vedo e che sono quando cala la notte non è quello che contraddistingue le vesti dei lontani Tuareg e che finisce col tingerne le stesse pelli. E’ diverso. E’ un po’ meno freddo, è un po’ più solitario, un po’ più carico dell’incontro tra l’oscurità e il pallido alone lunare. Non è viola. Non così violento. Non così figlio di nero e sangue. Non così altero.
Indaco è il colore delle dune quando cala la notte. Quella pennellata spesso ignorata che dipingeva l’arcobaleno le poche volte che ho avuto la fortuna di vederlo. Subito dopo la pioggia. Lacrime che il principe del deserto versa pensando alla sua sposa e al suo bimbo senza nome. Ma ripeto di non aver rinunciato alla speranza entrando nel deserto. Le dune cingono l’orizzonte, lo abbelliscono e nascondono al tempo stesso. Ho ascoltato le stelle rassicurarmi mentre loro ascoltavano il serpente suonare al flauto la sua nenia. Inshallah, arriverà il giorno in cui da una duna spunteranno due ombre. Aisha camminerà sensuale fino a portare i suoi occhi dentro i miei. E io leggerò un nome sul viso di mio figlio.