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9月30日 My Humps - Alanis Morissette prende in giro i Black Eyed PeasQuesto video è davvero spassosissimo! La riconoscete questa canzone? E' My Humps dei Black Eyed Peas. Alanis Morissette si è divertita a fare una cover in cui ha stravolto gli arrangiamenti ed ha girato appunto un video che lascia intuire una certa polemica all'estrema voglia di apparire dei cantanti e delle cantanti oggi, all'utilizzo dei soliti stereotipi nei nuovi videoclip. Pare che in America stia spopolando, non come prodotto discografico ma proprio come parodia sulla quale farsi quattro risate. Chissà cosa pensa Fergie se vede sta presa in giro? O l'ha già vista??? 9月29日 Sostieni la campagna Free BurmaHo deciso di aggiungere un elemento rosso al mio blog e sostenere la campagna Free Burma in solidarietà ai monaci nel Myanmar, ex Birmania, nazione che purtroppo soltanto in questi giorni sta tornando all'attenzione della croncaca. Siti web e blog hanno deciso di schierarsi idealmente al fianco dei monaci buddisti della Birmania tingendo di rosso birmano lo sfondo delle loro pagine. La marcia non violenta dei bonzi si è trasformata in un corteo blindato. Negli ultimi giorni la situazione si è aggravata e la polizia ha sparato sulla folla causando già 9 morti, fra cui un fotografo giapponese e un giornalista tedesco. (foto Repubblica.it) Il regime ha inoltre oscurato interamente internet all'interno del Paese per evitare la fuoriuscita di informazioni all'estero e la fruizione di risorse giornalistiche all'interno. Si tratta di un gesto simbolico per manifestare solidarietà nei confronti di una popolazione vessata da una dittatura fortemente repressiva in cui interessi economici e politici hanno il sopravvento sui diritti umani. Invito la Rete e i blog ad unirsi per fermare azioni estreme e violente nei confronti della popolazione civile e dei reporter, che hanno il diritto di fare informazione senza mettere in gioco la propria vita. IMPORTANTE: se volete inserire la fascetta "Free Burma" che vedete in alto a sinistra, lanciata da Blogosfere, sul vostro blog utilizzate questo codice: <div style="float: left; position: absolute; left: 0px; top: 0px; z-index: 1">
9月28日 Tonalità n. 1 (Blu)
9月27日 Da Onda Perfetta - Sergio Bambarén
9月26日 Il giardino ZenIl giardino Zen (in stile Karesansui) e' composto da 2 elementi: grani di sabbia bianca rastrellata che rappresentano l'oceano
pietre e rocce che rappresentano
Il giardino zen crea un senso di tranquillita', immobilita' e calma;
Le origini Il giardino "Karesansui", detto anche giardino giapponese in stile "paesaggio secco" esiste da molti secoli. I sacerdoti Zen hanno adottato poi il " Karesansui " assegnando alla sua costruzione uno scopo differente: La costruzione Quando costruite il vostro giardino zen , aggiungete un elemento o modificate l'orientamento della sabbia in grani
La sabbia utilizzata non e' quella delle spiagge bensi' granito o marmo schiacciato e di tonalità uniformi: bianco, bianco sporco, beige ,di circa 2 millimetri di diametro. Non utilizzate grani multicolori . Il granito bianco e uniforme crea la giusta atmosfera e illumina con il proprio riflesso anche le aree vicine del giardino di casa tradizionale.
Tratto da zenhome.it Bleed it out - Linkin ParkVideoclip: Linkin Park - Bleed It Out
9月24日 Tratto da Opium - Maxence Fermine
9月17日 Da Ricordi di un vicolo cieco - Banana YoshimotoSocchiudo gli occhi e riconosco il mio mondo. Poi dedico una preghiera a tutte le persone che a un certo punto si sono allontanate da me. Le persone con cui avrei potuto avere un rapporto diverso, e con le quali, invece, per qualche ragione non è andata bene. In questo mondo, a causa delle circostanze in cui li ho incontrati, tra me e loro le cose non hanno funzionato in nessun modo. Ma sento, ne sono certa, che da qualche parte, in un mondo profondo e lontano, su una bellissima riva, ci sorridiamo, ci offriamo gentilezza, e trascorriamo insieme momenti felici. Tratto da Ricordi di un vicolo cieco - Banana Yoshimoto 9月13日 Che finaccia Britney Spears!!!Ke finaccia! Ke finaccia!!!!! Ki l'avrebbe detto ke la Spears avrebbe fatto sta finaccia? Devo dire ke è probabilmente la fine ke si merita, visto ke nessuno di noi l'ha mai sopportata, ha sempre proposto musica demenziale e ha oltretutto dato forza a un genere direi pre-adolescenziale!!! Però nn avrei mai pensato ke arrivasse a sto punto...dopo essersi rasata a zero, essere diventata amiketta di Paris Hilton, aver fallito nei centri di disintossicazione, essere rimasta incinta una terza volta senza sapere ki è il padre, aver probabilmente abortito visto ke di quella storia nn si è saputo più nulla, è arrivata la sua sensazionale performance ai Video Music Awards di MTV America...credo ke la Lecciso avrebbe fatto sicuramente qualcosa di meglio! Mi è sembrata più ke altro un incrocio tra un salame appena insaccato, la Lecciso appunto e la bertè in uno dei suoi stati di minore lucidità, tra l'altro rigorosamente in playback. Quello ke io mi chiedo é: - se ti sei rasata i capelli poki mesi fa, perchè ricomparire coi capelli lisci, lunghi e biondi? Nooooo, nn è una parrucca! - se nn sei magrissima, oltretutto hai avuto due figli da poco, nn c'è niente di male, xò copriti, nn ti vestire da lap-dancer! - se c'hai la preparazione atletica di maurizio costanzo e nn riesci a mantenere l'equilibrio per più di 7 secondi senza cadere da un alto, canta solamente (in playback) non cercare di ballare Detto ciò, al di là di tutto la canzone nuova magari nn è neanke orrenda, è nello stile di Timbaland e del suo team e non credo ci sia molta farina del suo sacco...chissà che in futuro, nn essendo più la ragazzina perfetta che si spaccia per verginella, andando incontro a problemi e affrontandoli, nn diventi più interessante e magari nn le venga una minima vena artistica...per il momento xò resta meglio la Lecciso!!! 9月9日 Notte bianca 20.45 - 10.30Mamma mia sono distrutto! Nelle ultime 36 ore ho dormito soltanto cinque misere orette....ho bisogno di una flebo!! Però ne è valsa davvero la pena, siamo stati benissimo alla mitica notte bianca di |__ROMA__|, grazie amiciiiii!!!!!!!!!!! Praticamente è stato un tour de force dalle 20.45 di sabato alle 10.30 di domenica....più di mezza giornata!!!!! Incontro alle 21 alla fermata del mitico 20, storico autobus ke mi ha portato sempre all'uni prima ke avessi la macchina, per prendere poi la metro. Prima tappa: la Casa del cinema, dove proiettano dei filmati estratti dal film dei Simpson!!! E poi distribuiscono gadget simpsoniani, roba ke nn avrei manco pagato mezzo euro, ma ke nel momento in cui è gratis è favolosa e bisogna accaparrarsi!!!!!! Poi tutti al laghetto di Villa Borghese per il "suggestivo" spettacolo delle campanelline....bah...diciamo ke siamo rimasti tutti un po' perplessi. Sulla guida infatti si parlava di fantastiche campane di vetro sospese sull'acqua per creare una suggestiva cornice ed uno stupendo spettacolo...nella realtà c'era cinque campanacci rubati a Heidi, appesi tipo salami a una corda, che venivano suonati da un tipo...din...don...dan...in teoria lo spettacolo durava fino alle cinque e mezza!!!! Ma ke si erano fumati quelli ke hanno messo su sta cosa???? Vabbè, dopo le indimenticabili campanelle, è la volta di Castel Sant'Angelo a cui arriviamo dopo aver ripreso la metro ed essere passati davanti a Piazza S. Pietro (chiusa come se fosse un cinema fuori dall'orario di servizio) e al (stavolta realmente) suggestivo Viale della Conciliazione. Le sale di Castel Sant'Angelo sono chiuse, ma comunque la vista che si vede dall'alto è uno sballo ed abbiamo anke beccato in pieno un tipo ke ci provava con una mezza svampita facendo finta di conoscere roma e dicendole cavolate a gogò!! Poi è la volta di Piazza Navona, abbastanza affollata anke se nn c'era nessuna particolare attrazione e del mitico gelato enorme da 2 euro da Quinto, che Milo nn ha gradito e ha maleducamente gettato a terra per metà visto ke nn gli andava ;-) I Fori Imperiali ci riservano un altro grottesco spettacolo dopo il "successo" delle campanelle: quattro idioti vestiti di bianco e mascherati che camminano storti e battevano coperchi di pentola, saguiti da folli che imitano la loro camminata...secondo la guida si trattava di uno spettacolo di percussioni!!! Di nuovo la metro, per tornare a Villa Borghese e appostarci a Piazza di Siena per il concerto degli Zero Assoluto, a chiusura della Notte Bianca (ma nn per noi!!!). Se c'è qualcosa ke mi ricorderò di questo concerto, è <<Buongiorno!>>, la parola ke il cantante-rappista ripeteva in continuazione.....devo dire ke pensavo peggio, invece le canzoni sono state piacevoli, anke se un po' simili tra loro, però nn erano malaccio, nn estremamente coinvolgenti cmq dal vivo cantano più ke dignitosamente!! Ce ne andiamo poco prima della fine, quando una corista si spaccia per Nelly Furtado e deturpa All good things (come to an end) e ci dirigiamo verso il Bioparco, entrando alle 7 30 di mattina dopo un po' di attesa! Non c'ero mai stato, o almeno nn mi ricordo, forse c'ero andato da piccolissimo e mi è piaciuto molto. Peccato solo che un po' di animali erano ancora addormentati o addirittura rintanati e nascosti, però ci sono stati episodi spassosissimi....che dire del dramma di Milo? Dopo essersi lasciato andare al nervosismo ed aver gettato a terra il suo gelato xkè nn lo voleva, Sara ha preferito a lui un esemplare di scimpanzè con cui è scoccato subito il colpo di fulmine....Sara convolerà a giuste nozze al più presto con la sua nuova fiamma, che quando ce ne siamo andati cercava in tutti i modi di non lasciarsi sfuggire la sua sposa....Milo vedrai ke però riuscirai a riconquistare Sara!! E che dire dell'antilope maschio che provava a farsi l'antilope femmina ke però non voleva, perchè innamorata della zebra???? Roba da matti, Beautiful è niente a confronto!!!!! La nostra marcia si conclude alle 10 passate, ormai eravamo praticamente morti, ma davvero ci siamo stradivertiti!!! Ringrazio tutti quanti per l'ottima compagnia: Fede, Carmine, Andrea, Monica, Lucy, Milo, Sara, Francesca, Spugna, Andrea, Fede, Valerio, Noemi (rigorosamente in ordine a caso, senza nessun motivo alla base!) e Ivan, Angelo e Mario, i ragazzi torinesi con l'accento secondo me calabrese ke erano simpaticissimi. E domani, ci si sveglia per pranzo!!!!! Technorati Tag: notte , bianca , amici , roma , zero , assoluto , musica , spettacolo , città , settembre , navona , villa , borghese , castel , santangelo , bioparco , simpson , piazza , siena 9月5日 Gift - ElisaMa quant'è bella sta canzone????? Ricordo che da piccolo, quando ho visto per la prima volta il video, ne sono rimasto folgorato....eh già lo so ora direte che ero flashato anche 14 anni!!!
9月4日 Da "Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto" - P. CoelhoI suoi occhi si sono illuminati di un bagliore diverso. Sapevo che stava superando quegli ostacoli. Ho liberato una mano, ho preso un bicchiere e l’ho spostato sul bordo del tavolo. “Cadrà” ha detto lui. “Esatto. Voglio che tu lo faccia cadere.” “Rompere un bicchiere?” Sì, rompere un bicchiere. Un gesto in apparenza semplice, ma che implica terrori che non giungeremo mai a comprendere appieno. Che cosa c’è di sbagliato nel rompere un bicchiere di poco valore, quando tutti noi, senza volerlo, abbiamo già fatto la stessa cosa nella vita? “Rompere un bicchiere? ” ha ripetuto. “Per quale motivo?” “Posso spiegartelo,” ho risposto “ma, in verità, è solo così, per romperlo.” “Per te?” “No, è chiaro”. Lui guardava il bicchiere sul bordo del tavolo, preoccupato che cadesse.
9月3日 Isobel - Bjork
9月2日 Indaco è il colore delle duneLa mia storia ebbe inizio molto tempo fa e fluttua tutt’ora incerta fra le pieghe di un tempo dispettoso, proprio come le dune del deserto permangono da millenni plasmate dal vento caldo. Le mie dune. Il mio deserto. Il nome di un uomo lo segna per sempre, lo tempra, lo dipinge sull’arazzo della vita e lo accompagna in ogni suo istante, come se fosse un’appendice del suo stesso corpo, serbando sempre al suo interno l’antico significato da cui e’ scaturito. Di fatto un nome incide irrimediabilmente sulla identità di chi lo porta. Chissà quale sia allora la mia vera identità, la mia vera persona, o forse quali siano le mie vere persone, quelle che rappresento e di cui sono riflesso i miei pensieri e le mie azioni. La gente ha, infatti, con l’alternarsi dei giorni, finito con l’attribuirmi una moltitudine di nomi, come si fa con le cose che più si temono e osservano da lontano non senza un sottile velo di curiosità, additandomi in più maniere alla stregua del demonio. E in effetti uno dei miei nomi è proprio Dew , demonio. Non so chi sia stato il primo a riferirsi a me con questa parola, fatto sta che adesso è un vestito del quale sono stato avvolto e che è entrato a far parte della mia identità. Forse faccio paura. Forse mi temono. O forse quel primo severo giudice del mio personaggio era semplicemente rimasto suggestionato dal mio rapporto con la notte. Qui nel deserto la notte non è un momento della giornata. E` un mondo. E se la si sa esplorare correttamente, può offrirti su un piatto d’argento tutti i tesori che cela dall’eternità. Non sarò mai abbastanza grato al deserto. E alla sua notte. Oggi conosco a memoria anche i tratti in cui gli altri non riescono a orientarsi, che gli altri non osano accedere, per paura di perdersi o di morire assetati, schiacciati dall’arsura e dalla desolazione. Gli altri non hanno mai avuto il coraggio di abbandonare tutto ed entrare nel deserto, diventare tutt’uno con la sabbia, diventare semplicemente un altro dei tanti granelli ornamento delle dune, strada per gli scorpioni, oro lucente per l’orizzonte. Non hanno mai avuto il coraggio di rinunciare a chi fossero, di farsi intagliare dalla notte nel deserto, di ricevere e portare come fardelli i nomi che gli sarebbero stati attribuiti. Io sì. E ringrazio con tutto me stesso Allah di avermi dato la forza, di avermi infuso il coraggio di addentrarmi così tanto in ciò che mi faceva paura. Io non ho chiamato il deserto Dew, come gli altri hanno fatto con me, solo perché lo temevo. Io ho imparato a conoscerlo. La notte si dice parli con gli spiriti del deserto e che le nostre conversazioni si palesino agli altri come un suono a tratti melodioso e felice, a tratti malinconico e struggente che solca le dune e giunge a lambire le oasi, i villaggi, a incantare i bambini. In parte è vero, ma in realtà non è altro che il suono del mio flauto. Lo suono ogni notte, da quando il deserto è diventato la mia casa. Al flauto non rinunciai, fu una delle poche cose a cui non rinunciai. Preferii il flauto al mio lavoro. Preferii il flauto alla ricchezza. Preferii il flauto a quella che gli altri chiamano normalità e che io chiamo ipocrisia. Dopo che il sole che è tramontato, il deserto cambia radicalmente e io mi sento il re delle dune indaco nelle quali sono immerso. Una distesa interminabile che combatte e si ama col cielo. Le stelle mi sono spettatrici mentre suono il mio inseparabile flauto, loro mi ascoltano pazienti senza temere la presenza di spiriti. Loro ascoltano davvero ogni sfumatura della melodia e quindi ogni sfumatura della mia anima. Quei puntini dorati nell’indaco intenso finiscono per circondarmi il capo quasi una corona. Perché il deserto, dapprima pericoloso e ostile, finisce col diventare docilmente il regno di chiunque osi solcarlo. Forse è per questo che un altro dei miei nomi è Amir. Principe. Le donne dei villaggi vicini credono che le poche, rarissime volte che qualche rivolo di pioggia osi sfidare il deserto il suo solitario principe stia piangendo. Che io, Amir, stia versando lacrime. Come Dew, anche quest’altra parola ha finito inevitabilmente col plasmarmi l’ego. Ma il mio tesoro è ben più prezioso degli ori di un qualunque emiro. E’ ben più duraturo se non addirittura eterno. Io posso parlare col deserto e ascoltare quello che ha da dirmi. Sono sabbia che si muove scossa dal vento e sono libero di spostarmi da una parte all’altra, senza un’origine a cui essere ancorato, travolto da una forza che mi trasforma in continuazione. Non oppongo alcuna resistenza a tale energia, come non lo fa qualunque altro granello di sabbia qui. Io respiro il tempo e sono fatto di solitudine, di pianure sconfinate e dell’indaco che la notte dipinge sulle dune. Ricordo la mia vita prima del deserto, ricordo la mia infanzia, ricordo il fantastico matrimonio con Aisha, il giorno in cui mio padre andò dai suoi familiari affinché io potessi chiedere la mano di quella che sarebbe diventata mia inseparabile sposa. E’ proprio vero che il nome entra a far parte del destino di una persona. La mia donna portava lo stesso nome dell’incantevole sposa del Profeta. E meritava di essere chiamata in maniera così nobile perché nulla le mancava per poter essere ricordata in eterno ed ammirata senza alcun limite. La sua bellezza riempie tutt’ora il mio cuore di gioia. E con immensa nostalgia ripenso al giorno in cui nacque nostro figlio. Un bambino senza nome. Alle mie orecchie almeno. Era fantastico, portava adagiato sulle guance lo stesso sorriso della sua nobile madre. Inshallah, ora il mio figlio senza nome è un uomo e probabilmente ha avuto già il piacere della paternità. Probabilmente più di me, che ho generato insieme a Aisha un bimbo senza nome. Mi rassicura e amareggia al tempo stesso pensare che in realtà quel bimbo, ora uomo, un nome lo abbia e che sia io a non avere il piacere di udirlo. Perché quello stesso giorno che mio figlio nacque, io fui agguantato da un predone, rapito proprio nel momento del parto. Una razzia al nostro villaggio. Fui servo di quel predone per trentasette giorni. Tutto sommato non posso dire di aver provato cosa sia la schiavitù, perché un mese non è niente comparato a una vita intera, specie quella di uno schiavo. Nonostante i suoi modi per nulla accomodanti, quello stesso predone mi aveva detto che lui e i suoi compagni avevano deciso di risparmiare tutti i bambini e tutte le donne. E di rispettarli. Piansi di gioia in quel momento, non mi importava di essere uno schiavo, mi importava solo che Aisha e il bimbo senza nome stessero bene. Con mia moglie si era pensato di decidere come si sarebbe chiamato soltanto dopo averne scrutato e ammirato il volto. Perché il nome è qualcosa di importante e non può essere assegnato a tavolino, a cuor leggero, prima della stessa nascita. Ora non so quale parola Aisha abbia scelto per dipingere gli occhi del bambino. So solo che quel suono è dolce come il miele. Al trentasettesimo giorno dal mio rapimento, calata la notte, fuggii. Non potrò mai sapere se fui davvero abile, o se il mio rapitore, anch’egli rimasto senza nome, non mi avesse consentito di fuggire. Non senza difficoltà, riuscii a tornare al nostro villaggio. Anche se nostro non era più il termine adatto. Non era più mio, né loro, era incredibile, gli abitanti erano cambiati, pochi volti amici erano rimasti e mi avevano detto che il grosso della popolazione aveva deciso di migrare, in cerca di un posto migliore. Inshallah, Aisha e il bimbo senza nome hanno trovato dimora lì. Le donne dei villaggi ai bordi del deserto hanno forse conosciuto la mia storia, forse l’hanno solo intuita, fatto sta che, ad ogni eccezionale e rarissima pioggia, sorridono malinconiche e dicono che il principe solitario piange pensando alla sua sposa e al suo bambino. Il deserto è un’immensa risorsa e sento questa risorsa tra le mie mani. Ma va rispettato. Forse è per questo che uno dei miei nomi è Roham. Guardiano. Rispetto ad Amir e Dew, questa parola è certamente più malinconica. Il guardiano è solo, sempre in guardia, sempre tormentato dall’esterno e dall’interno, guardingo verso gli altri e verso se stesso. Gli anziani dei villaggi vicini dicono che sia una follia addentrarsi nel deserto senza il permesso del loro guardiano. Personalmente non ho mai ricevuto in udienza qualcuno intenzionato a conoscere il deserto né tantomeno ho elargito permessi. Non è in mio potere. Ma gli altri non sempre possono capire e si sforzano di dare spiegazioni. E quando così una famiglia intera piange il mancato ritorno di qualcuno avventuratosi tra le dune, c’è sempre un venerabile anziano che ammonisce che nessuno fosse venuto a chiedere il mio permesso e la mia protezione. Protezione dalla notte del deserto che soltanto io potevo fornire, poiché in grado di parlare con gli spiriti e dar vita alla nenia che echeggia quando flauto alla mano galleggio in un bagno di sensazioni senza tempo. Tutt’uno col deserto, riesco a trovare un senso al mio respirare, al mio camminare, al mio cibarmi e dissetarmi, al susseguirsi di giorni nel mosaico che è la mia vita. Quando giunto al mio vecchio villaggio mi resi conto di non essere più nessuno, cominciai a cercare disperato la mia amata e il bimbo senza nome. Non li trovai mai. Troppi sono i villaggi. E troppo grande è il mondo. Scegliendo una direzione, se ne abbandona necessariamente un’altra. E così non posso dire di aver cercato ovunque potessi. Fu mesto il giorno in cui mi resi conto che la mia impresa era disperata e che non aveva senso continuare a dimenarsi disorientati in cerca del nome di mio figlio. Così mi stabilii con dolore in un villaggio ai bordi del deserto. Ma non ero poi così stabile, come non lo ero d’altronde mai stato, avendo da sempre fatto il mercante. Continuai quella vita. Amavo l’ambra, il suo colore così sensuale, il suo profumo, amavo le altre resine, amavo l’incenso che risvegliava sempre più la mia spiritualità, amavo sopra tutte le cose il profumo di gelsomino. Non ero di quei mercanti che partono dal misterioso Gange per arrivare all’Ovest del Mediterraneo. Le mie tratte non attraversavano mille terre e culture, non erano poi così lunghe. Mi ritenevo piuttosto una sorta di intermediario, di tramite. Tuttavia spesso era necessario attraversare il deserto. Ricordo che la prima volta tremavo di terrore. Quel posto così arido, così privo di vita e di speranza. Mi avevano detto che la notte era fredda e inospitale. Ma rimasi folgorato dallo spettacolo che mi si presentò dopo il tramonto del sole. I viaggi nei quali attraversavo il deserto si fecero sempre più assidui. E io diventavo sempre più ricco. Ma cosa me ne facevo di quelle ricchezze? Cominciai a sentirmi vuoto e privo di interesse per la vita. Avevo bisogno di un’identità. Chi l’avrebbe detto che in seguito ne avrei ricevute così tante! Gli altri mi presero per un folle quando dissi che mi sarei ritirato nel deserto. Erano convinti che avessi preso un colpo di sole, che fossi posseduto da uno spirito, che nei miei viaggi mercantili avessi conosciuto droghe troppo pesanti. Nessuno si sforzò di comprendere. Ero solo, proprio come un uomo immerso nel deserto. Diedi tutti i miei averi, riuniti in un’enorme sacca, ad un bambino che mi aveva sorriso, quasi a intendere che ero coraggioso e che mi ammirava. Gli chiesi come si chiamava. Mi sentivo eccitato e colmo di una strana piacevole impazienza. Avrei dato quel nome a mio figlio, che non vedevo dalla nascita. Era muto. Tra i tanti miei nomi ce n’è uno comunissimo, molto diffuso, che non cela allusioni e fantasie sulla mia solitudine nel deserto. E’ il nome che mi affidarono la mia veneranda madre e il mio venerando padre. Arash. Molti uomini, anche nei villaggi circostanti, si chiamano Arash. Ma questa parola non è priva di valore, di speciale nobiltà. Arash è un personaggio della Shahnameh, il libro dei Re. Ricorderò sempre mio padre che lo leggeva commovendosi arrivato ai passi più toccanti. Quando imparai a leggere, mi commossi su quelli stessi passi e capii che ognuno sarà sempre legato indissolubilmente alle sue radici. Il personaggio mitologico di cui portavo il nome era un abile arciere, il più abile che fosse mai esistito. Āraš-e Kamāngīr lo chiamano i persiani. In tempi antichi, alla fine di una dura guerra col Turan da cui usciva irrimediabilmente sconfitto, l’Iran subì un’ulteriore umiliazione. Il suo territorio sarebbe stato limitato al solo raggio del volo di una freccia. Quando la freccia fosse atterrata, il luogo in cui avesse colpito terra sarebbe servito a disegnare il nuovo confine. Arash ebbe il coraggio di offrirsi volontario assieme al suo arco. Si voltò a nord e tese il suo arco come mai era riuscito a fare. Come mai potesse sperare. Lasciò volare nel cielo la freccia e diventò una cosa sola con essa scomparendo. La freccia, diventata una sola cosa con Arash, volò per tutto il mattino decidendosi a baciare la terra solo nel pieno pomeriggio, nei pressi del fiume Oxus. Lontanissimo dal luogo di partenza. L’umiliazione dell’Iran si era rivelata il preludio di un trionfo, il territorio sarebbe stato vastissimo. Ancora oggi, alcuni viaggiatori, salvatisi per miracolo dopo essersi persi tra le montagne, sostengono di aver seguito la voce di Arash, il cui corpo non fu mai ritrovato, che li guidava verso la salvezza, che li conduceva di nuovo verso la via del ritorno, avendo pena di loro. In fondo l’immagine che gli altri hanno di me non è così distante dal personaggio mitologico di cui conservo il nome. La mia freccia è il deserto e io sono diventato tutt’uno con esso. Volo insieme ad esso, sono parte delle sue dune, non sono estraneo al suo paesaggio ma ne faccio parte. Dicono che ne sia il guardiano, che serva il mio permesso e il mio aiuto per uscirne una volta entrati. Proprio come una voce che dia speranza tra le montagne più sperdute. Mi chiamano guardiano del deserto. E ironia della sorte, anche Roham è un personaggio dello Shahnameh, proprio come Arash. Nella sacca che diedi al bambino senza nome, il secondo che segnava la mia vita, non c’era il mio flauto e non c’era il Corano. Lo Shahnameh non è l’unico libro al quale mi sono affezionato. Ricordo quando nel mio vecchio villaggio avevo avuto la gioia di avvicinarmi all’arte della calligrafia, istruito da un vecchio mendico. Fino a quel momento ero sempre stato concentrato sul significato di ciò che scrivevo, senza soffermarmi sull’atto stesso dello scrivere. Lasciare un segno, lettera dopo lettera. Come la nostra vita lo fa giorno dopo giorno. Tracciare segni e lasciare spazi bianchi. Come nel respirare attraversiamo ritmicamente delle pause. Abbandonare la propria mano alla cadenza e all’incedere dei periodi, dotandola di una autonoma vita propria fatta di potenzialità e di un vuoto profondamente fertile. Esattamente le stessa sensazioni che provo quando mi confondo col deserto. Da quando ne sono un granello di sabbia come tutti gli altri granelli che lo costituiscono, ricopio il Corano, cogliendone l’occasione per rileggerlo. E’ incredibile come legga ogni volta parole che prima non avevo letto. Sulle quali non mi ero mai soffermato. Ogni volta che finisco una trascrizione, una fase della mia vita termina, proprio come se giungesse la notte di un giorno o l’inverno di un anno. Poi ricomincio dall’inizio ed è tutto diverso da com’era la volta precedente. Proprio come le dune del deserto sono completamente diverse da un giorno all’altro, modellate dal vento. Eppure sono sempre le stesse. Non sono mai stato davvero un grande religioso. Non prego cinque volte al giorno, non ho con me un tappeto e il deserto ti confonde, ti avvolge e tiene sospeso attorno a sé: non sarebbe mai possibile individuare l’Ovest e orientarvisi. Inoltre il tempo non esiste più, è diventato solo il mio respiro e sebbene arrivi la notte, la durata di un giorno non è chiara. Non rispetto il Ramadan come si dovrebbe, il deserto impone già un duro digiuno da sostenere per continuare a vivere. Ma amo il Corano. E lo trascrivo da quando sono qui, quando ancora c’è luce, poco dopo la grande arsura del momento in cui il sole è al culmine della sua altezza. Non mi sento soltanto uno con la sabbia. Ma anche con la carta sulla quale scrivo. Con l’inchiostro che registra sacralità. La mia schiena rimane ritta e io sono felice, senza essere più io. Ma lo sono ancora. Come le dune sono sempre le stesse, anche quando sono diverse perché il vento le ha investite. I mendicanti dei villaggi vicini dicono che tempo addietro impugnai un arco e dopo averlo teso al massimo lasciai volare in alto una freccia di arenaria, imitando Arash. Il punto sulla quale cadde decise quale sarebbe stato il limite del deserto del quale mi ergevo a principe e guardiano. Era nato il mio regno. Mi muovo sulla sabbia furtivo, pronto ad affrontare il pericolo che può giungere, non mi curo del giorno o della notte, devo essere velenoso se necessario, le mie spire devono essere ovunque tra le dune. E’ questo il motivo per cui uno dei miei nomi è Aži. Serpente. Un serpente di cui avere timore e rispetto, che si teme e si ammira da lontano. Un drago leggendario e solitario a causa del suo potere. Mi rendo conto di come in fondo i miei nomi e le mie identità siano tutti accomunati da un filo che li lega sottilmente. Che sia un demonio, un principe, un guardiano, un eroe o un serpente, sono solo. Vivo nella solitudine e ne ho fatto un regno. Faccio una severa paura. Gli altri temono di avvicinarsi a me, ma in qualche modo ne sono e ne saranno sempre affascinati. Ho potere. Sono potente della mia libertà. L’ho guadagnata rinunciando a qualcosa. Dew rinunciando alla luce e all’approvazione altrui. Amir rinunciando alla spensieratezza e agli amici. Roham al sonno, alla tranquillità e alla compagnia. Arash al suo corpo e alla sua mera individualità. Aži rinunciando a camminare, a essere visto e capito. Io, che ho ricevuto tutti questi nomi e ho finito col possedere tutte queste identità, ho rinunciato a tutte queste cose insieme, in una sola volta. Ma non al Corano, al procurarmi carta e inchiostro, al flauto, al vivere sveglio. Alla speranza. Gli altri si chiedono come faccia a non morire disidratato. E’ la notte del deserto, sotto un manto di stelle, nella quale mi disseto. Quella prima volta che vissi la notte del deserto provai le stesse sensazioni che provo ancora adesso. Diventare duna. Diventare sabbia. Diventare un unico solo colore che avvolge tutto il cosmo. Non si può dire che sia nero. Non è abbastanza pieno, forte, non è abbastanza buio sotto la luna che mi ispira nuove melodie per il flauto, non è così scuro e carico. Ma non finisce comunque neppure con l’essere grigio. Non si può dire che sia blu. Il colore che vedo e che sono quando cala la notte non è quello che contraddistingue le vesti dei lontani Tuareg e che finisce col tingerne le stesse pelli. E’ diverso. E’ un po’ meno freddo, è un po’ più solitario, un po’ più carico dell’incontro tra l’oscurità e il pallido alone lunare. Non è viola. Non così violento. Non così figlio di nero e sangue. Non così altero. Indaco è il colore delle dune quando cala la notte. Quella pennellata spesso ignorata che dipingeva l’arcobaleno le poche volte che ho avuto la fortuna di vederlo. Subito dopo la pioggia. Lacrime che il principe del deserto versa pensando alla sua sposa e al suo bimbo senza nome. Ma ripeto di non aver rinunciato alla speranza entrando nel deserto. Le dune cingono l’orizzonte, lo abbelliscono e nascondono al tempo stesso. Ho ascoltato le stelle rassicurarmi mentre loro ascoltavano il serpente suonare al flauto la sua nenia. Inshallah, arriverà il giorno in cui da una duna spunteranno due ombre. Aisha camminerà sensuale fino a portare i suoi occhi dentro i miei. E io leggerò un nome sul viso di mio figlio. |
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